Ecco tutte le battaglie all’ombra della primavera araba
Dopo i leader di Algeria ed Egitto, anche il presidente dello Yemen, Ali Abdullah Saleh, al potere da 32 anni, avverte la pressione della piazza araba. Ieri, alcune migliaia di persone si sono scagliate con sassi e coltelli contro la gente che chiede da cinque giorni la fine della dittatura. I simpatizzanti del partito di governo hanno affrontato i dimostranti nei pressi del palazzo presidenziale: secondo alcuni testimoni, i poliziotti e i civili vicini a Saleh erano equipaggiati anche con pistole Taser. In Yemen, come in Bahrein e in Algeria, il quadro politico è attraversato da contraddizioni specifiche di tipo etnico e religioso. Leggi L’Iran e i fiori della primavera araba
5 AGO 20

Dopo i leader di Algeria ed Egitto, anche il presidente dello Yemen, Ali Abdullah Saleh, al potere da 32 anni, avverte la pressione della piazza araba. Ieri, alcune migliaia di persone si sono scagliate con sassi e coltelli contro la gente che chiede da cinque giorni la fine della dittatura. I simpatizzanti del partito di governo hanno affrontato i dimostranti nei pressi del palazzo presidenziale: secondo alcuni testimoni, i poliziotti e i civili vicini a Saleh erano equipaggiati anche con pistole Taser.
In Yemen, come in Bahrein e in Algeria, il quadro politico è attraversato da contraddizioni specifiche di tipo etnico e religioso. Il regime di Saleh si barcamena da anni su tre fronti: una radicata presenza di gruppi legati ad al Qaida; la rivolta degli sciiti nelle regioni del nord; e, infine, le richieste avanzate dalla portavoce della piazza, Tawakkol Karman. Nel Bahrein, le manifestazioni che hanno già provocato due morti e molti feriti sono caratterizzate dalla protesta contro un emirato che vede sul trono da secoli la famiglia sunnita degli al Khalifa. Il clan privilegia in tutte le posizioni di potere il 30 per cento della popolazione sunnita a scapito del 70 per cento sciita, che subisce sistematiche discriminazioni in fatto di occupazione, alloggi e istruzione. La situazione ha già dato luogo a imponenti manifestazioni represse nel sangue all’indomani della Rivoluzione iraniana del 1979. Le proteste sono riprese negli ultimi giorni: la piazza continua a sfidare le forze dell’ordine, e il partito sciita al Wefaq ha sospeso la propria partecipazione alle sedute parlamentari. Ieri, il re, Hamad Bin Isa al Khalifa, ha chiesto pubblicamente scusa per i due manifestanti morti. Al Khalifa ha annunciato che formerà una commissione d’inchiesta e ha ordinato al Parlamento “di studiare riforme che rispondano alle esigenze dei manifestanti”. Il paese ha soltanto un milione di abitanti ma è di grande rilevanza strategica per gli Stati Uniti – qui hanno una base portuale della Quinta flotta che presidia il Golfo Persico.
Domenica è fallita una mobilitazione popolare in Algeria: il presidente, Abdelaziz Bouteflika, ha occupato militarmente la capitale con posti di blocco e migliaia di poliziotti. La protesta contro il regime da parte dei partiti di opposizione si intreccia con le richieste dei berberi della Cabilia, una regione montuosa adiacente alla capitale. Da anni, i cabili chiedono autonomia amministrativa e boicottano il voto nelle elezioni amministrative e politiche. Nonostante le promesse, nulla ottengono se non una forte repressione. Una “giornata della collera” si terrà domani in Libia contro il regime di Gheddafi. Nel paese il risentimento è forte e ha una base tribale. I più duri contro il regime sono gli abitanti della Cirenaica, marginalizzata nelle posizioni di potere da quella della Tripolitania. La data del 17 febbraio è stata scelta dai gruppi di opposizione per ricordare gli undici “martiri” uccisi dalla polizia nel 2006, quando migliaia di manifestanti tentarono di assalire il consolato italiano per protestare contro la maglietta con immagini offensive per i musulmani che Calderoli aveva esibito in un programma televisivo. La durezza della repressione – centinaia furono i feriti – fece comprendere che non si trattava soltanto di una manifestazione anti italiana, ma di una sommossa contro Gheddafi, con una forte componente localistica.
Oggi i regimi arabi sono attraversati da una profonda crisi di credibilità che riguarda i regimi pluridecennali, e spinge centinaia di migliaia di persone a scendere nelle piazze con lo slogan inusuale “Dignità!”. I vecchi rais sono rigidi, non sono in grado di organizzare alcuna riforma per affrontare questioni potenzialmente non esplosive, come la fine delle discriminazioni su base religiosa ed etnica. Questa rigidità porta i regimi a implodere, pur di non piegarsi.
In Yemen, come in Bahrein e in Algeria, il quadro politico è attraversato da contraddizioni specifiche di tipo etnico e religioso. Il regime di Saleh si barcamena da anni su tre fronti: una radicata presenza di gruppi legati ad al Qaida; la rivolta degli sciiti nelle regioni del nord; e, infine, le richieste avanzate dalla portavoce della piazza, Tawakkol Karman. Nel Bahrein, le manifestazioni che hanno già provocato due morti e molti feriti sono caratterizzate dalla protesta contro un emirato che vede sul trono da secoli la famiglia sunnita degli al Khalifa. Il clan privilegia in tutte le posizioni di potere il 30 per cento della popolazione sunnita a scapito del 70 per cento sciita, che subisce sistematiche discriminazioni in fatto di occupazione, alloggi e istruzione. La situazione ha già dato luogo a imponenti manifestazioni represse nel sangue all’indomani della Rivoluzione iraniana del 1979. Le proteste sono riprese negli ultimi giorni: la piazza continua a sfidare le forze dell’ordine, e il partito sciita al Wefaq ha sospeso la propria partecipazione alle sedute parlamentari. Ieri, il re, Hamad Bin Isa al Khalifa, ha chiesto pubblicamente scusa per i due manifestanti morti. Al Khalifa ha annunciato che formerà una commissione d’inchiesta e ha ordinato al Parlamento “di studiare riforme che rispondano alle esigenze dei manifestanti”. Il paese ha soltanto un milione di abitanti ma è di grande rilevanza strategica per gli Stati Uniti – qui hanno una base portuale della Quinta flotta che presidia il Golfo Persico.
Domenica è fallita una mobilitazione popolare in Algeria: il presidente, Abdelaziz Bouteflika, ha occupato militarmente la capitale con posti di blocco e migliaia di poliziotti. La protesta contro il regime da parte dei partiti di opposizione si intreccia con le richieste dei berberi della Cabilia, una regione montuosa adiacente alla capitale. Da anni, i cabili chiedono autonomia amministrativa e boicottano il voto nelle elezioni amministrative e politiche. Nonostante le promesse, nulla ottengono se non una forte repressione. Una “giornata della collera” si terrà domani in Libia contro il regime di Gheddafi. Nel paese il risentimento è forte e ha una base tribale. I più duri contro il regime sono gli abitanti della Cirenaica, marginalizzata nelle posizioni di potere da quella della Tripolitania. La data del 17 febbraio è stata scelta dai gruppi di opposizione per ricordare gli undici “martiri” uccisi dalla polizia nel 2006, quando migliaia di manifestanti tentarono di assalire il consolato italiano per protestare contro la maglietta con immagini offensive per i musulmani che Calderoli aveva esibito in un programma televisivo. La durezza della repressione – centinaia furono i feriti – fece comprendere che non si trattava soltanto di una manifestazione anti italiana, ma di una sommossa contro Gheddafi, con una forte componente localistica.
Oggi i regimi arabi sono attraversati da una profonda crisi di credibilità che riguarda i regimi pluridecennali, e spinge centinaia di migliaia di persone a scendere nelle piazze con lo slogan inusuale “Dignità!”. I vecchi rais sono rigidi, non sono in grado di organizzare alcuna riforma per affrontare questioni potenzialmente non esplosive, come la fine delle discriminazioni su base religiosa ed etnica. Questa rigidità porta i regimi a implodere, pur di non piegarsi.